Picasso non faceva la spesa

Assunta Cassa nel suo studio mentre dipinge con la spatola

L’arte è un lavoro a tempo pieno. Ma quando l’artista è una donna?

Pablo Picasso diceva: “L’ispirazione esiste, ma deve trovarti al lavoro.”

Detto da chi, probabilmente, non doveva chiedersi cosa cucinare per cena o quando andare a fare la spesa.

Peccato che il 2026 non avesse consultato Picasso. Quest’anno ho iniziato così: mia madre è caduta, due piccole fratture, e con lei è caduto anche il ritmo delle mie giornate. Spesa raddoppiata, due cucine, due case, un marito che nel tentativo di aiutarla si è fatto male anche lui. Non esattamente la condizione ideale perché l’ispirazione ti trovi al lavoro.

Per fortuna era qui a San Benedetto. Se si fosse fatta male in Puglia, a casa sua, mi sarei trasferita da lei — e addio spatola, addio colori. Mi era già successo un anno e mezzo fa, durante la malattia di papà. Sapete com’è.

Badate bene: la mia non è una lamentela. Sono la figlia femmina, le voglio bene e mi fa piacere esserci. E poi faccio un lavoro che, almeno sulla carta, “posso gestire”. Ed è proprio qui che nasce la riflessione.

Perché fare arte è un lavoro a tempo pieno. Ed è sacrosanto — per chiunque. Ma quando l’artista è una donna, quel tempo pieno tende a dividersi con tutto il resto. E il resto, si sa, arriva sempre senza preavviso.

Quando non hai un cartellino da timbrare, il tuo tempo diventa improvvisamente elastico, stirabile, disponibile. È un destino comune a chi lavora tra le mura domestiche. Nel caso dell’arte, però, si aggiunge qualcosa di più sottile: il sospetto antico che non sia un lavoro vero.

C’è persino una giornata dedicata alle donne, l’8 marzo — ieri, per l’appunto. Fiori, post sui social, qualche discorso sull’empowerment femminile. Poi il giorno dopo si ricomincia a fare la spesa.

Così a fine giornata sei stanca come chi ha “lavorato davvero” — solo che il tuo lavoro non risulta da nessuna parte. Il fine settimana, e spesso la notte, diventano il momento in cui provi a recuperare. Recuperare, si fa per dire: nel frattempo il mondo non si è fermato. E nemmeno il resto.

La cosa curiosa è che l’ispirazione arriva lo stesso. Eccome. Solo che fatica a trovarti al lavoro. Perché anche mentre sei altrove, una parte della mente continua a osservare, registrare, accumulare — finché le idee non si stratificano in silenzio, e le tele restano candide.

È una situazione paradossale: l’ispirazione c’è, il tempo no. I frammenti ci sono — mancano solo la tela e la spatola per tenerli insieme.

Studio di Assunta Cassa: cavalletto con tela bianca e tavolozza di colori a olio in primo piano

In momenti così guardo con una certa invidia — lo ammetto — chi riesce a sfornare uno o più dipinti a settimana. A loro, l’ispirazione li trova davvero al lavoro.

La libertà di dipingere non è mai assoluta — per nessuno. Ma per noi donne tende ad essere negoziata, ritagliata, conquistata ai bordi del tempo degli altri.

L’arte è un lavoro a tempo pieno che, per noi donne, comincia spesso quando tutto il resto è finito.

Forse Picasso non ha mai dovuto scegliere tra un’intuizione e la lista della spesa.

Io sì. Ogni giorno.

Ma tra le buste del pane e le scadenze porto sempre con me i miei colori. Un pixel alla volta, anche quando la tela non c’è ancora.

Assunta Cassa

Pittrice contemporanea

Dettaglio di un’opera di Assunta Cassa: il pixel pittorico della serie Metropolitan
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