Tutto è cominciato da una fotografia che avevo scattato a Firenze nel 2014, già pensando che un giorno ne avrei fatto un dipinto. Una scena di vita urbana: persone che attraversano lo stesso spazio, ciascuna immersa nei propri pensieri e nel proprio percorso.
Le nostre vite si incrociano, si sfiorano, a volte si incontrano, altre volte procedono parallele. Ma siamo davvero così lontani gli uni dagli altri? Chi ci passa accanto può lasciarci qualcosa di sé: un pensiero, un’emozione, un’idea. O, nei casi meno fortunati, una bella gomitata!
Sono questi incontri, anche fugaci, ad affascinarmi e ad alimentare la mia ricerca nella serie Metropolitan. Lavorando il colore a spatola, costruisco immagini attraverso frammenti che si sovrappongono, si mescolano e attraversano figure e città. Mi piace seguire la complessità di questi intrecci, lasciare che ogni particolare contribuisca all’insieme, che i confini diventino permeabili senza cancellare le singole identità.
In fondo, siamo un po’ così anche noi: ognuno con la propria storia, ma con dentro qualche frammento degli altri.


Una presenza scomoda
Ero già oltre la metà del dipinto quando, finalmente, ho deciso di dare ascolto a una vocina che da un po’ mi suggeriva di introdurre qualcosa capace di scombinare l’equilibrio della scena. Un elemento inatteso, magari scomodo, come un sassolino nella scarpa.
Ho scelto un animale selvatico, un lupo. Che poi, per me, è una lupa, ma siete liberi di deciderne il sesso.

Ma perché proprio un lupo? Perché non un cane, un gatto, un gufetto, uno struzzo o un giaguaro?
Per essere sincera, non lo so, è stato il primo animale che mi è venuto in mente.
Capita spesso, quando dipingo, di fare scelte che inizio a comprendere solo in un secondo momento, mentre guardo il dipinto finito, rifletto, mi sorgono domande.
Qualche ragione, comunque, riesco sempre a trovarla, anche più di una.
Il lupo rappresenta quella natura selvaggia che per secoli abbiamo cercato di tenere a distanza, costruendo recinzioni, strade e città illuminate. Eppure continua ad abitare il nostro immaginario: protagonista minaccioso delle fiabe, simbolo di pericolo e ferocia, ma anche di forza, libertà e di un legame profondo con la natura.
Curioso, vero? Lo temiamo e, nello stesso tempo, ne siamo affascinati. E forse è proprio questa contraddizione a renderlo un ospite così interessante nella mia città dipinta: una presenza capace di suscitare paura, curiosità, attrazione o rispetto, a seconda di chi la guarda.
Il lupo e la nostra natura sociale
E poi, a pensarci bene, il lupo è un animale sociale, proprio come noi. E qui le cose si fanno interessanti…
Vive in gruppi familiari, costruisce legami, collabora e si prende cura dei suoi simili. Insomma, altro che lupo cattivo!
E noi? Abbiamo costruito città affollate, inventato mille modi per comunicare e siamo connessi praticamente con il mondo intero. Eppure, quante volte facciamo fatica persino a scambiare due parole con chi ci sta accanto?
Così, nella folla di Unseen, mi ritrovo a mettere a confronto due specie sociali. Una ha conquistato le città, l’altra sta lì, ci fissa e non sembra avere alcuna intenzione di chiederci il permesso.
Perché una lupa
Per me, però, quell’animale è una lupa.
Forse perché sono una donna, o forse perché, ripensandoci, mi tornano alla mente alcune letture di qualche decennio fa. Una in particolare: Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés, uno di quei libri che ti accompagnano per tutta la vita, anche quando hai dimenticato buona parte delle pagine.
Di quel libro mi è rimasto soprattutto il richiamo a una natura femminile istintiva, libera, creativa, che troppo spesso impariamo a tenere a bada per adattarci alle aspettative degli altri. Una parte di noi che possiamo mettere a tacere per un po’, ma che, fortunatamente, ha la pessima abitudine di tornare a farsi sentire.
E questo vale anche per voi, cari uomini! Vorrete mica lasciarci il monopolio dell’istinto, della libertà e della creatività?
Chissà, magari la mia lupa è nata proprio così, da un ricordo lontano che si è fatto strada fra tanti altri, fino a riaffiorare sulla tela. Del resto, quando dipingo, non sempre so spiegare subito perché faccio una certa scelta. A volte è soltanto dopo che comincio a riconoscere i fili che la legano alla mia storia.
Questa, naturalmente, è la mia interpretazione. La lupa può raccontare qualcosa di diverso a ciascuno di noi, e mi piace l’idea che qualcuno possa riconoscere in lei persino ciò che io ancora non ho visto.
Chi guarda chi?
Quando la lupa è entrata nel dipinto, ho cominciato a osservare diversamente anche gli altri personaggi, quelli che alla città appartengono davvero. C’è chi guarda il cellulare, chi è impegnato a fotografare, chi rivolge lo sguardo altrove e chi, dietro un paio di occhiali da sole, lascia ben poco da indovinare.


La lupa, invece, con i suoi occhi gialli guarda dritto fuori dal quadro, proprio verso di noi, con una sicurezza che sembra quasi volerci chiedere che cosa ci troviamo di tanto interessante da guardare.
E intanto, tutt’intorno, nessuno sembra essersi accorto di lei. Un lupo in mezzo alla folla e nessuno che batta ciglio!
La lupa vede noi, ma nessuno sembra vedere lei.

Non trovate curioso questo rovesciamento? L’animale selvatico, quello da cui ci aspetteremmo qualche brutta sorpresa, sembra essere l’unico a stabilire un contatto diretto con noi.
E allora mi viene da chiedermi: possibile che per attirare la nostra attenzione ci voglia addirittura un lupo? Quante cose, quante persone ci passano sotto il naso senza che ce ne accorgiamo? E, soprattutto, siamo ancora capaci di riconoscere il lupo cattivo quando ce lo troviamo davanti, magari ben vestito e con un sorriso rassicurante, prima che sia troppo tardi?
Forse, qualche volta, il problema è proprio la distanza da cui guardiamo le cose. Mi viene in mente un gesto che faccio continuamente mentre dipingo: qualche passo indietro per osservare la tela da lontano, controllare l’insieme, accorgermi di eventuali errori o ritrovare equilibri che da vicino possono sfuggire.
È un continuo avvicinarsi e allontanarsi, quasi una danza. E mi piace pensare che questo gioco sia presente anche nel mio linguaggio pittorico: da vicino i frammenti di colore catturano lo sguardo, mentre da lontano le figure si ricompongono e affiorano relazioni che prima non avevamo colto.
Chissà che anche nella vita, ogni tanto, non ci farebbe bene fare qualche passo indietro per vedere meglio ciò che abbiamo davanti agli occhi. Sempre che, naturalmente, abbiamo voglia di guardare.
Unseen. Guardare ancora
La mia lupa è lì, in mezzo alla folla, perfettamente a suo agio, almeno all’apparenza. Che cosa ci faccia in piena città è ancora tutto da chiarire, ma di certo sembra avere le idee piuttosto chiare su chi osservare.
E io? Dopo averla dipinta e averci ragionato tanto, continuo a scoprire qualcosa di nuovo ogni volta che la guardo. Forse è proprio questo che amo della pittura: un quadro può continuare a raccontarci cose anche quando abbiamo posato i pennelli. O, nel mio caso, la spatola.
E voi? Avete visto subito la lupa? E, dopo aver incontrato il suo sguardo, siete proprio sicuri che sia lei quella da tenere d’occhio?
Unseen, 2026 | Olio su tela, spatola | 80 × 120 × 3,5 cm | Serie Metropolitan
Assunta Cassa



